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Serbia, l’ultimo tassello dei Balcani

Ho ormai il passaporto timbrato, almeno mentalmente, in quasi tutti i Balcani: Montenegro, Albania, Romania, Bulgaria, Macedonia del Nord. Mancava solo la Serbia e non per distrazione. L’avevo lasciata volutamente per ultima, convinto che sarebbe stata la tappa più complicata da affrontare. Avevo ragione, ma non nel modo in cui me lo aspettavo: la Serbia è oggi, tra tutti i Paesi balcanici che ho visitato, quello che mostra la distanza più netta dall’Unione Europea così come la viviamo noi. Non solo per la moneta, il dinaro al posto dell’euro, ma per una conformazione sociale, amministrativa e culturale che si percepisce già nei primi chilometri dopo il confine.

Quindici giorni on the road, io e mia moglie, tra Agosto e Settembre, per capire fino a che punto questa distanza fosse reale e cosa ci fosse dietro. Ecco cosa ne è venuto fuori.

Perché la Serbia

Chiudere il mio giro balcanico proprio con la Serbia non è stato un caso. Rispetto agli altri Paesi della regione, mi aspettavo strutture turistiche meno rodate, meno inglese parlato, meno familiarità generale con il viaggiatore occidentale e in parte è stato così. Ma proprio questa distanza, che all’inizio mi preoccupava, si è rivelata il motivo per cui il viaggio è rimasto impresso più di altri. La Serbia offriva esattamente quello che cercavo per chiudere in bellezza questo percorso: patrimonio Unesco non affollato, natura selvaggia e accessibile, e anche una manciata di luoghi “strani”. Chi mi conosce sa che non resisto ai posti misteriosi e un po’ inquietanti e quando ho scoperto la storia del Monte Rtanj e della sua presunta piramide energetica, ho capito che doveva entrare nell’itinerario, anche solo per la curiosità di vederlo di persona (su questo esperimento personale di “ricarica bio-energetica” tornerò con post dedicato.

Una nazione multietnica

Una delle cose che un depliant turistico difficilmente ti racconta è quanto la Serbia cambi volto, letteralmente, da una regione all’altra. A Belgrado e a nord, verso la Vojvodina, l’atmosfera è quella di un’Europa centrale familiare: chiese ortodosse, architetture austro-ungariche, un ritmo di vita che assomiglia al nostro.

Scendendo verso sud-ovest, in particolare a Novi Pazar, il paesaggio umano cambia in modo netto: influenza ottomana, molte moschee, una popolazione a maggioranza musulmana. È una Serbia diversa, con la propria gastronomia, i propri codici sociali, il proprio passo. Non è necessariamente la parte del viaggio che ho amato di più, l’atmosfera mi è risultata più distante, meno immediata da decifrare rispetto al resto del Paese, ma è stata utile per capire quanto sia superficiale pensare alla Serbia come a un blocco omogeneo. Le tensioni etniche e religiose della regione hanno una storia lunga e complessa, e un viaggiatore che attraversa questi luoghi in poche ore fa bene a osservare con curiosità, senza pretendere di capire tutto.

Belgrado

Tre giorni per ambientarci, prima di partire con l’auto a noleggio. Belgrado non è una città che si “vede”, è una città che si respira a strati: romani, ottomani, austro-ungarici, socialisti, tutti hanno lasciato un segno, spesso sovrapposto al precedente senza troppi complimenti.

Il Museo Nikola Tesla è una tappa quasi obbligata, piccolo, ma con esperimenti dal vivo che lasciano il pubblico letteralmente con i capelli dritti (in senso buono). Al tramonto, i bastioni della fortezza di Kalemegdan regalano una vista sulla confluenza tra Sava e Danubio che spiega da sola perché i romani abbiano scelto proprio questo punto per fondare la città. Lì vicino si trova la piccola chiesa di Ružica, con lampadari fatti, letteralmente, di proiettili e sciabole: un dettaglio che dice più di molte guide sulla storia militare di questi luoghi.

Per la sera, due indirizzi diversi ma ugualmente rappresentativi: Skadarlija, la via dei suonatori, lastricata e vivace, perfetta per una cena con musica dal vivo e il Kafana Pavle Korčagin, un locale con arredamento sovietico fino all’ultimo dettaglio, dove sembra che il tempo si sia fermato prima del 1989. Ci si va per mangiare, ma si resta soprattutto per l’atmosfera.

Dopo la capitale, abbiamo ritirato l’auto a noleggio ( una Fiat Panda tramite Sixt ) e siamo partiti verso ovest, direzione Zlatibor.

I parchi nazionali e le zone protette

Se Belgrado è stratificazione storica, l’ovest della Serbia è tutta un’altra storia: montagne, foreste, fiumi che scavano canyon.

A Zlatibor, meta di villeggiatura molto amata dai serbi per il clima mite, la cabinovia “Gold Gondola” porta in una trentina di minuti in quota, punto di partenza per un facile percorso di circa 6 km andata e ritorno tra boschi e radure. Sempre da Zlatibor, una tappa quasi obbligata è l’Open Air Museum di Sirogojno, un villaggio etnografico che ricostruisce l’architettura rurale tradizionale.

Il giorno dopo, direzione Parco Nazionale di Tara: lungo il tragitto si incontra la Kućica na Drina, la minuscola casa di legno incastonata su uno scoglio in mezzo al fiume, costruita negli anni ’60 da alcuni ragazzi del posto come rifugio e mai più rimossa, probabilmente l’immagine più fotografata di tutta la Serbia. Il sentiero verso il belvedere di Banjska Stena, breve ma panoramico, si affaccia su un’ansa del Drina con la Bosnia proprio sulla sponda opposta.

Il giorno seguente, il belvedere di Molitva regala uno dei momenti naturalistici più intensi del viaggio: sotto, il lago di Uvac che si attorciglia tra le gole; sopra, i grifoni che volteggiano sfruttando le correnti d’aria calda. Con un po’ di pazienza, se ne vedono diversi in contemporanea.

Da segnalare anche, più avanti nell’itinerario, la cascata di Veliki Buk (Lisine) e la grotta di Resava, vicino a Despotovac: meno battute dai turisti stranieri, ma di sicuro impatto.

I monasteri

Se dovessi indicare il cuore del viaggio, sarebbe questo capitolo. La Serbia conserva un patrimonio di monasteri ortodossi medievali che, semplicemente, non ha l’eco mediatica che meriterebbe.

Nella regione di Raška abbiamo visitato il monastero di Sopoćani, con affreschi del Duecento di rara bellezza, e quello di Đurđevi Stupovi, meno impressionante ma comunque parte del sito Unesco. Ma è a Studenica che il viaggio ha trovato il suo momento più intenso.

Fondato nel 1190, Studenica è il monastero ortodosso più grande e antico della Serbia: chiese in marmo bianco, affreschi del XIII secolo, e un isolamento geografico che tiene lontano il turismo di massa. Abbiamo dormito nel konak, la foresteria che il monastero offre ai visitatori, stanza sobria ma pulita e la sera, mentre un temporale improvviso rinfrescava l’aria (la prima pioggia di tutto il viaggio), abbiamo visitato il complesso quasi da soli, in compagnia di pochi fedeli locali. Abbiamo assistito a una funzione religiosa: niente biglietti, niente file, niente messa in scena per turisti. Solo canto liturgico, profumo di incenso, luce che filtra dalle finestre alte. Uno di quei momenti che non si programmano ma che restano.

Proseguendo verso nord abbiamo incontrato anche il monastero di Žiča, riconoscibile per le mura color rosso acceso e, più avanti, verso Despotovac, il monastero fortificato di Manasija, con cinta muraria imponente. Il tour si è chiuso, nella zona di Fruška Gora vicino Novi Sad, con le visite ai monasteri di Krušedol e di Novo Hopovo, dove abbiamo anche acquistato noci e miele prodotti dai monaci stessi.

Il cibo

Qui va detta una cosa chiara, senza troppi giri di parole: la cucina serba è quasi interamente costruita intorno alla griglia. Pljeskavica e ćevapi si trovano ovunque, in ogni variante possibile, e chi viaggia in Serbia da vegetariano deve mettere in conto serie difficoltà. I menù, tra l’altro, quasi sempre sono solo in serbo.

Alcune volte la sorpresa è stata piacevole: una cena a base di trota locale a Studenica, trote alla brace con birre a un prezzo irrisorio a Despotovac, una cenetta con musica dal vivo a Sokobanja.

Un consiglio pratico: se possibile, farsi consigliare i piatti da chi conosce il posto, invece di affidarsi solo al menù. La barriera linguistica, nelle zone meno turistiche, può trasformare anche un pranzo semplice in una piccola impresa.

Considerazioni finali

Tornando a casa, la sensazione dominante non è tanto quella di aver “visto” la Serbia, quanto di averne intuito la complessità. È un Paese che porta i segni di dominazioni successive, romana, ottomana, austro-ungarica, socialista, senza che nessuna abbia mai davvero cancellato le altre. È un Paese dove ci si può muovere per giorni senza incrociare gruppi di turisti stranieri, cosa sempre più rara in Europa. Ed è un Paese dove, in una manciata di chilometri, si passa da un monastero silenzioso dell’anno Mille a un ristorante con arredamento sovietico, da una piramide misteriosa a un lago dove volteggiano i grifoni.

Come per molti Paesi balcanici, i pregiudizi che ci si porta dietro prima di partire, spesso legati alle guerre degli anni ’90, ormai lontane una generazione, non reggono alla prova del viaggio reale. Ho trovato un popolo generoso e ospitale, un patrimonio culturale sottovalutato e più di un motivo per tornare, magari per completare l’itinerario verso Niš e Subotica, che questa volta sono rimaste fuori.

Qualche consiglio

Come arrivare. Il modo più semplice è volare su Belgrado, con voli diretti da diverse ci ttà italiane. Noi siamo partiti da Roma Fiumicino in un’ora di volo circa.

Periodo migliore. Fine agosto è stata una buona finestra: caldo ma non insostenibile (la sera comunque raffresca sempre), giornate lunghe per le escursioni. Da evitare il pieno inverno per chi vuole concentrarsi su trekking e parchi naturali.

Come muoversi. Il noleggio auto è quasi indispensabile per un itinerario come questo, che tocca zone rurali e montane poco servite dai mezzi pubblici. Noi abbiamo noleggiato con Sixt (ottima scelta, auto sempre nuove) con ritiro e consegna in aeroporto a Belgrado.

Trekking. I sentieri escursionistici che abbiamo percorso ( ma anche quelli che abbiamo solo incrociato) sono tutti ben segnati e abbastanza agevoli. La rete escursionistica è particolarmente vasta e degna di un viaggio a parte.

Budget indicativo. Una premessa: i numeri che seguono riflettono il mio modo di viaggiare, che non cerca il comfort assoluto ma il contatto diretto con la gente del posto, appartamenti privati invece di hotel, kafane di quartiere invece di ristoranti turistici, konak dei monasteri invece di B&B strutturati. Detto questo: alloggi in appartamenti attrezzati anche con cucina o piccole guesthouse tra 25 e 40 € a notte per due persone, pasti in kafana (trattorie locali) tra 8 e 13 € a persona (i piatti sono super-abbondanti), benzina e pedaggi da mettere in conto per gli spostamenti su lunghe distanze. Per il konak del monastero di Studenica abbiamo speso 33 Euro a testa per la stanza e la mezza pensione. Ovviamente vanno messi in conto anche gli ingressi ai musei, a qualche monastero, qualche souvenir ecc.

Un ultimo consiglio. Se qualcuno vi propone una seduta di ricarica bio-energetica ai piedi del Monte Rtanj, sappiate che i risultati possono “variare”. Meglio una “Rtanjski čaj ”, una tisana fatta con le erbe che crescono esclusivamente ai piedi di questa montagna.

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